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Guglielmo Carchedi
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Competizione per blocchi e classi transnazionali

Guglielmo Carchedi

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1. Imperialismo, blocchi economici...

Da un punto di vista economico, l’imperialismo è l’appropriazione sistematica di valore internazionale. Cioè, le imprese capitalistiche nei paesi imperialisti si appropriano sistematicamente del valore prodotto dalle imprese (ma anche dai produttori indipendenti) nei paesi dominati. Tale appropriazione richiede sia condizioni economiche (per esempio, una certa struttura delle economie dei paesi dominati, come vedremo più sotto) che condizioni non-economiche (politiche, militari, giuridiche, istituzionali, ecc.). Tuttavia, in quanto segue, ci si concentrerà soprattutto sulle condizioni economiche.

L’appropriazione di valore che caratterizza l’imperialismo economico odierno avviene in almeno quattro modi: (a) il rimpatrio di interessi e profitti su investimenti diretti e indiretti esteri; (b) il pagamento di interessi sui debiti esteri; (c) lo scambio diseguale inerente al commercio internazionale [1]; e (d) il signoraggio [2].

Ciascuna di queste forme di appropriazione meriterebbe un trattamento approfondito a parte che però non è possibile fare in questa sede, in quanto l’angolatura di questo articolo è diversa: gli aspetti transnazionali dell’imperialismo (in questa sezione) al fine di avanzare alcune ipotesi sulle caratteristiche delle odierne classi transnazionali (nella prossima sezione).

Oggigiorno vi sono due caratteristiche che contraddistinguono l’imperialismo odierno da quello più tradizionale. La prima è che, accanto all’estensione da parte delle singole potenze imperialiste del loro dominio su altre nazioni, vi sono anche relazioni imperialiste tra due blocchi di nazioni. Uno è chiamato il blocco dominante o imperialista perché si appropria sistematicamente di valore dall’altro blocco, che è chiamato quindi il blocco dominato. L’attenzione in quanto segue sarà sui flussi (appropriazione) sistematici di valore internazionale che sono dovuti all’esistenza di blocchi piuttosto che di nazioni singole. Naturalmente, tale ultimo aspetto ha la sua importanza, ma il focus qui è sul primo aspetto e sulle sue conseguenze per la formazione delle classi transnazionali.

Tale appropriazione è resa possibile da una serie di organismi internazionali: l’FMI e la Banca Mondiale regolano il credito internazionale, l’OMC regola il commercio internazionale e le patenti, la NATO controlla le risorse naturali (il petrolio, per esempio) con la minaccia o l’uso effettivo della forza militare, e l’ONU le contraddizioni tra gli stati, a vantaggio delle nazioni imperialiste nel loro insieme, e della nazione egemonica in particolare. Tutto ciò avviene in maniera estremamente contraddittoria, come gli ultimi avvenimenti attorno all’aggressione contro l’Iraq hanno dimostrato.

L’attenzione prestata alle relazioni inter-imperialiste tra blocchi non nega che gli stati nazionali abbiano le loro relazioni inter-imperialiste fianco a fianco quelle tra i blocchi e non nega neppure che gli stati nazionali abbiano ancora una grande importanza. [3] Al contrario, ciascuna nazione imperialista ha le sue proprie relazioni imperialiste con altre nazioni, quelle dominate, e ciascuno Stato ha ancora un ruolo economico, politico, ideologico e militare indispensabile per la riproduzione delle relazioni imperialiste sia tra nazioni che tra blocchi. Tuttavia, accanto alle relazioni imperialiste incentrate sulle singole nazioni vi sono anche relazioni imperialiste incentrate sui blocchi. Quanto segue si concentrerà su tali ultime relazioni.

La seconda caratteristica è che questo sistema struttura non solo le relazioni tra i due blocchi ma anche la composizione interna dei due blocchi. Incominciamo con il blocco dominante. Mentre tutte le nazioni di questo blocco partecipano, in misure differenti, all’appropriazione di plusvalore internazionale, non tutte sono imperialiste. Tre categorie possono essere individuate in questo blocco. La prima è data dagli Stati Uniti, il paese egemone. Essi, come tutte le nazioni imperialiste, si appropriano sistematicamente di plusvalore internazionale (in una varietà di modi) ma essi, come nazione egemone, si differenziano dalle altre nazioni imperialiste per due motivi interconnessi. Dato il loro maggiore potere economico, essi sia appropriano sistematicamente dalle altre potenze imperialiste del plusvalore che esse hanno sia creato o di cui si sono appropriate a loro volta. Il signoraggio è d’importanza cruciale in questo contesto. Inoltre, gli USA possono imporre sulle altre nazioni le condizioni sia economiche che non economiche per la (riproduzione della) loro egemonia. La più importante di tali condizioni è l’imposizione su altre nazioni di una struttura economica funzionale per gli interessi Statunitensi. Le condizioni non-economiche includono: (a) la preponderanza politica, cioè gli USA sono il punto di riferimento costante di ogni alleanza all’interno del blocco dominante (e oltre); la superiorità militare, compresa la loro dominazione all’interno di organizzazioni militari con altre importanti nazioni; (c) il potere ideologico, per mezzo del quale altre nazioni accettano (ciascuna a modo suo, in misure diverse, e con diversi gradi di resistenza, secondo le circostanze) alcune delle caratteristiche cultural funzionali per il dominio economico Statunitense. Di importanza vitale in questo contesto è il controllo delle istituzioni di insegnamento e culturali e dei mezzi di comunicazione (di massa). L’egemonia in un’area, per esempio quella militare, può essere più forte che in un’altra (per esempio, quella ideologica). L’egemonia in un’area (per esempio quella economica) può essere sfidata più che in un’altra (per esempio quella militare). Ma è l’insieme di queste condizioni non-economiche che rende possibile la riproduzione del dominio economico. Questo insieme non è soltanto differenziato internamente ma è anche soggetto ad un movimento e cambiamenti costanti. [4]

La seconda categoria del blocco dominante è data dalle altre nazioni imperialiste. Da una parte, esse sono sullo stesso livello degli USA e competono sia tra di loro che con gli USA, sia economicamente (per esempio investendo nei loro reciproci territori o facendosi prestiti reciproci e quindi appropriandosi vicendevolmente di plusvalore degli altri sotto forma di profitti o interessi) che tecnologicamente (e quindi appropriandosi reciprocamente di plusvalore attraverso lo scambio diseguale a seconda di quale paese si trovano i settori più avanzati). Esse si appropriano anche di plusvalore internazionale dalle nazioni dominate a causa della loro maggiore potenza economica e possono imporre alle nazioni dominate le condizioni per la riproduzione di tale appropriazione. Queste condizioni possono essere sia economiche (come lo scarico di rifiuti industriali e del danno ecologico e dell’inquinamento sui paesi dominati) che non-economiche (come per gli esempi di cui sopra). D’altra parte, solo gli USA sono egemonici, cioè solo essi hanno i mezzi per l’appropriazione sistematica di plusvalore sia dalle altre nazioni imperialiste che dalle nazioni dipendenti. Queste nazioni possono concentrarsi in un blocco alternativo al paese egemone ma ancora dipendente da esso, o possibilmente in una fase di transizione, come nel caso della UE. Nella fase attuale, per la UE la dipendenza non è più tanto economica quanto principalmente militare.

La terza categoria comprende le nazioni dominate, non-imperialiste, all’interno del blocco dominante. Esse partecipano, a causa della loro appartenenza a tale blocco, all’appropriazione di plusvalore internazionale senza essere esse stesse nazioni imperialiste. Esse non potrebbero appropriarsi sistematicamente di plusvalore internazionale se non fossero membri del blocco dominante. Ma la loro appartenenza a tale blocco è complessa. Alcune vi appartengono pienamente ed altre solo parzialmente, nel senso che esse non traggono beneficio da tutti gli aspetti su cui tale dominio è basato. In che misura esse traggano beneficio dalla loro appartenenza al blocco dominante, è una questione empirica da risolvere attraverso una analisi di ciascun caso specifico. Questo approccio è utile per un’analisi della UE. La Germania, la Francia e l’Inghilterra appartengono al nucleo centrale imperialista della UE e del blocco dominante mentre le altre nazioni della UE appartengono al blocco dominante senza essere esse stesse nazioni imperialiste. Queste ultime si beneficiano in misura diversa dalla loro appartenenza alla UE e sono dipendenti dalle nazioni del nucleo centrale. Vi è quindi una gerarchia interna che riflette le relazioni imperialiste all’interno della UE.  [5]

I blocchi dominanti e quelli dominati possono essere inoltre suddivisi secondo un numero di criteri quali lo sviluppo economico, la differenziazione strutturale, ecc. Essi possono essere anche suddivisi in un numero di blocchi minori, per esempio in termini di flussi commerciali, cooperazione o integrazione economica, ecc. Essi possono essere suddivisi in aree geografiche nelle quali una o anche due nazioni sono predominanti (la Russia nell’Eurasia, il Giappone e la Cina nell’Asia Orientale, il Brasile nell’America Latina, ecc.). Ma per quanto riguarda un’analisi dell’imperialismo, un’analisi empirica dovrebbe cominciare dalle suddette categorie. Bisogna altresì tenere conto che la distinzione tra i due blocchi è analitica. In realtà, non solo una nazione può passare da un blocco all’altro, ma anche per alcune nazioni può essere non chiaro se esse appartengano o no al gruppo imperialista o a quale delle tre categorie all’interno di tale blocco.

Consideriamo ora il blocco dominato. La sua struttura economica è il risultato sia della appropriazione sistematica di plusvalore nel passato che della più importante condizione economica per la continuazione di tale appropriazione. Oggigiorno, vi sono tre possibili realtà che definiscono questo blocco, secondo l’abilità delle nazioni dominate di resistere al dominio imperialista. Primo, il centro cresce alle spese della nazione dominata a tal punto che l’industria locale di quest’ultima non si sviluppa o è perfino distrutta. Questo è il colonialismo classico. Oppure, alcune nazioni del blocco dominato possono resistere tale dominio e avviarsi su una strada di sviluppo dipendente. Oppure, in via eccezionale, una nazione dominata può rompere le relazioni di dominio e diventare parte del blocco imperialista. Questo cambiamento influisce sulla composizione interna dei due blocchi ma non cancella né la loro esistenza né le loro differenze. Anche qui la differenza è analitica. Nella realtà, le nazioni possono essere ibridi o forme in transizione in cui alcune caratteristiche sono più pronunciate di altre.

Nel colonialismo, le colonie devono fornire le materie prime al centro e importare i prodotti finiti da esso. La nazione imperialista ruba alle colonie le materie prime e usa i loro mercati come sbocco per i propri prodotti (industriali). Le risorse delle colonie sono spremute e l’industria locale (nel caso che esista) è attaccata fino a quando stagna o sparisce. A questo punto la capacità delle colonie di assorbire l’output del centro è distrutta ed esse sono abbandonate al loro destino. Anche se l’industria locale sopravvive, non vi è alcun rilevante processo di industrializzazione, di sviluppo capitalistico, e di diversificazione strutturale.

Nel tipo di imperialismo a sviluppo dipendente, le nazioni dipendenti possono raggiungere un certo grado di sviluppo economico capitalista e di diversificazione. Tuttavia il capitale nelle nazioni dipendenti adatta la propria produzione e più in generale la propria attività economica ai mercati del centro (è volto alla esportazione) e diversifica la sua struttura interna conformemente. Per di più, il centro esporta nelle nazioni dipendenti ciò che queste ultime richiedono (includendo il capitale come aiuti e infrastrutture) affinché il processo di dipendenza possa continuare. E infine le nazioni dipendenti producono ciò di cui il centro ha bisogno usando tecniche a più alta intensità di lavoro cosicché possa continuare il trasferimento di valore attraverso lo scambio diseguale e la dipendenza tecnologica.

2. ...e classi transnazionali

Quanto detto sopra, anche se in forma estremamente succinta, ha importanti ramificazioni per la struttura di classe emergente dall’imperialismo contemporaneo. Proprio come la sezione precedente si è focalizzata su alcuni aspetti dell’imperialismo sopranazionale (piuttosto che sull’imperialismo nazionale), questa sezione si concentra su solo alcuni aspetti delle due classi fondamentali nelle loro manifestazioni sopranazionali. [6] Incominciamo con la borghesia.

Prima di tutto, vi è accanto alla borghesia nazionale, una borghesia mondiale. Questa è data dalle borghesie nazionali non come tali ma nella misura in cui esse (1) condividono interessi comuni nei confronti di altre classi (2) sono coscienti di tali comuni interessi e (3) dispongono di strumenti (legali, istituzionali, ecc.) per perseguire tali interessi e per limitarne la natura contraddittoria. Queste borghesie si relazionano tra di loro in una maniera gerarchica, e cioè le borghesie delle nazioni imperialiste sono dominanti nei confronti di quelle degli altri paesi, con la borghesia statunitense che ha il ruolo dominante. Sono gli interessi delle prime di cui si prendono cura fondamentalmente istituzioni internazionali come l’ONU, la NATO, il FMI, la Banca Mondiale, e il l’OCM. Queste istituzioni da una parte mediano gli interessi delle borghesie nazionali (per incominciare, quelli delle borghesie delle potenze imperialiste) al fine di facilitare l’emergere di interessi comuni sopranazionali e dall’altra impongono tali interessi più o meno apertamente su altre classi e nazioni.

Il termine ‘borghesia nazionale’ deve essere chiarito. Contrariamente alla nozione che le borghesie sono nazionali perché sono esterne l’una all’altra e separate l’una dall’altra, Poulantzas (1974) ha sottolineato con forza che esse sono il risultato di una mutua interpenetrazione di capitali, ciascuno con la sua base nazionale. Su questo Poulantzas ha ragione. Tuttavia, Poulantzas pone l’accento sulla penetrazione da parte del capitale USA di altri capitali e quindi sulla sua riproduzione all’interno di quelle realtà nazionali. Questa è una descrizione parziale che corrispondeva alla realtà dei primi anni 70 quando la penetrazione USA in Europa poteva essere vista come la ‘nuova’ struttura della dipendenza Europea.


[1] Questa nozione di scambio diseguale non ha nulla a che vedere con quella di Emmanuel (si veda Emmanuel, 1972). Come ho sottolineato in Carchedi, 1991, “anche senza tener conto degli errori di calcolo (che rivelano errori concettuali) ... [la nozione di scambio diseguale di Emmanuel, G.C.] significa un trasferimento di valore dai capitalisti “e” i lavoratori di un paese ai capitalisti e lavoratori di un altro paese. E questo è il punto fondamentale di critica: Emmanuel sostituisce i capitali con i paesi”.

[2] Per una discussione del signoraggio statunitense nell’America Latina, si veda Carchedi, 2000.

[3] Come sottolinea giustamente Leo Panitch, 2000.

[4] Persino un aspetto apparentemente innocuo come le modalità per fare un resoconto possono nascondere relazioni imperialiste. Per esempio la Bank of International Settlements (BIS) richiede che il tasso tra il capitale di una banca e i suoi ’primary loans’ (prestiti primari), chiamato il ’tasso di adeguatezza del capitale’, non sia inferiore al 8%. Si consideri il Giappone. Visto che il Giappone denomina i propri prestiti in dollari mentre il suo capitale è denominato in yen, per rendere compatibili il numeratore e il denominatore del tasso di adeguatezza del capitale, il capitale denominato in yen deve essere convertito in dollari. Ora, in caso di un deprezzamento dello yen, il valore convertito in dollari del capitale in yen si riduce e con esso è ridotto questo tasso e quindi anche la capacità delle banche giapponesi di fare prestiti. Ma si supponga che si renda necessario il deprezzamento dello yen al fine di rivitalizzare l’economia. In tal caso, il credito deve essere ridotto proprio quando dovrebbe essere aumentato. Questo vincolo potrebbe essere evitato se il tasso fosse espresso in yen, cioè se i crediti fossero espressi in yen. Siccome la BIS richiede che il tasso sia espresso in dollari, non solo il Giappone ma tutte le altre nazioni sono svantaggiate, eccetto gli USA. Si veda Kwan, 1999.

[5] Contrariamente alla UE, il Giappone non può essere considerato come un reale competitore degli USA. Il suo peso internazionale non è paragonabile a quello della UE. Immediatamente prima dell’introduzione dell’Euro, la UE aveva un PIL più o meno uguale a quello degli USA mentre quello del Giappone era solo la metà. Il dollaro statunitense era usato per quasi la metà delle transazioni internazionali mentre le monete dei paesi della UE erano usate per circa il 30% e lo Yen giapponese per solo il 5% (Sabhasri, 1999). Per quanto riguarda le sue relazioni con gli altri paesi asiatici, il Giappone non ha nulla che assomigli anche lontanamente alle istituzioni Europee di prima della UEM.

[6] Non si considerano quindi le classi medie, sia vecchie che nuove, i contadini, ecc. Sulle vecchie e nuove classi medie si veda Carchedi, 1977. Sul lavoro manuale e mentale, si veda Carchedi, 1883, 1991.